Per dirci di sì andiamo dal giudice

Articolo tratto dalla Rubrica "Liberi tutti..." de L'Unità pubblicato il 10 novembre 2008
Autore: Delia VACCARELLO Data: 2008-11-11T00:00:00

Tutti i cittadini sono uguali, chi può dirlo meglio dei giuristi? Ma gay e lesbiche, per i ritardi della politica italiana, non hanno ancora diritto al riconoscimento delle proprie unioni.  Esiste però la "via giudiziaria".

 

Riusciranno gli avvocati con ricorsi che potrebbero arrivare fino alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo a colmare il grave deficit di Giustizia? C'è chi sostiene di sì.

 

E' la Rete Lenford che ha preso il nome da un avvocato giamaicano, figura di spicco contro l'omofobia e assassinato perché gay. Ha un anno di vita, è promossa dall'Avvocatura Lgbt (in tutto 100 avvocati in Rete) e a questo riguardo sta lavorando  con l'associazione radicale "Certi diritti". E' nata grazie all'iniziativa di Saveria Ricci, Antonio Rotelli, Francesco Bilotta, considera il testo fresco di stampa "Le unioni tra persone dello stesso sesso" (ed. Mimesis)  l'orizzonte culturale da cui prendere le mosse. Bilotta, il curatore, ci conduce al punto di partenza: "In Italia non esiste alcuna norma che vieti alle persone dello stesso sesso di sposarsi. Ci sono invece tantissime persone che avvertono una esigenza profonda di regolamentare la propria unione. Riconoscere questa realtà comporta un cambiamento culturale e antropologico. Ma c'è il freno del "chissà dove andremo a finire"".  

 

Visto che non ci sono divieti, qualcuno potrebbe provare a sposarsi? E se lo fa cosa succede? Addentriamoci nella via. "Una libertà fondamentale può essere limitata solo da una norma espressa, poiché non c'è, sedici coppie hanno già chiesto al comune di residenza la pubblicazione degli atti di matrimonio". Hanno compiuto il primo passo. Il secondo spetta all'ufficiale di Stato civile, che deve accertare se ci sono impedimenti al matrimonio. Le coppie si sono rivolte ai comuni di Roma, Pavia, Perugia, Firenze, Venezia, Cuneo, Trento, Torino, Bergamo, Brescia. Le reazioni sono state le più diverse: "Alcuni sono stati strasimpatici: "mi dispiace non possiamo, ma ci farebbe tanto piacere" "dai, ce la farete!". Altri rigidissimi: "Lei queste cose non le deve neanche pensare!"." Racconta Bilotta. 

 

Ma il "no" va messo per iscritto. Il pezzo di carta, vero semaforo rosso, gioca un ruolo fondamentale: "Il diniego viene impugnato dinanzi al tribunale ordinario, se confermato si va in appello e poi, eventualmente, in Cassazione". Dopo questa serie di no, ci si può rivolgere alla corte Europea, e non è detto che prima non si passi per la Corte costituzionale. Ma nelle aspettative della Rete Lenford la via giudiziaria al riconoscimento delle unioni ha una biforcazione. La prima uscita: "Potremmo trovare il giudice solerte che interpreta in maniera evolutiva la legge vigente. Di fatto una sentenza simile c'è già stata ma poi il giudice ha aggiunto che tuttavia, non spettava al potere giudiziario, cioè ai tribunali, intervenire, ma a quello legislativo. Nel caso del giudice coraggioso ci potrebbe essere il via libera alle pubblicazioni, quindi al matrimonio, nell'attesa comunque di una possibile opposizione del pubblico ministero". La seconda uscita ci porta all'estero: "Dopo il giudizio in Cassazione, ci rivolgiamo alla Corte Europea facendo appello alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, per cui è centrale - come nella Carta di Nizza - il principio di non discriminazione. L'articolo nove della Carta di Nizza recita: Ognuno ha il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia". Attenzione: la Carta non lega la  famiglia alle nozze. Stabilisce due diritti distinti, quello di contrarre matrimonio e l'altro di costituire una famiglia. "Se in Europa si discute del come farli valere, con le nozze o con istituto equipollente -, conclude Bilotta -, da noi ancora c'è che chi dice che le coppie gay non hanno alcun diritto". I loro diritti invece ci sono, ben radicati nella nostra Costituzione. 

(Delia Vaccarello, delia.vaccarello@tiscali.it )

 

 

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