Il disegno di legge sulle coppie di fatto non scardina la famiglia. Non lo fa sotto il profilo del diritto; non lo fa sul piano sociologico.

La società cambia, si rinnova, esplora nuova strade; e lo fa senza, al di là e anche contro il codice civile. Il diritto - in uno Stato democratico - risponde al cambiamento secondo principi liberali; in particolare: accoglie senza difficoltà le istanze - provenienti da una parte, anche piccola, della società - quando determinano un miglioramento della condizione di alcuni senza peggiorare quella di altri.La legge sulle coppie di fatto, di cui si parla in questi giorni, si limita ad aumentare - e in maniera assai limitata - i diritti di qualcuno senza ridurre le prerogative di alcuno. Si limita a rimediare ad alcune lacune che sono causa di disagio e talvolta di drammi. Il diritto di visitare il compagno malato e di rappresentarlo per alcune decisioni sanitarie; quello di subentrare in un contratto di locazione e di concorrere a una casa popolare; la possibilità di ereditare e di ottenere qualche beneficio pensionistico o alimentare. A chi fa del male? E poi, basta questo per terremotare l'istituto familiare? Ovviamente no. Se ne accorgerebbe anche un infante neoalfabetizzato. E ovviamente lo sa il cardinale Ruini; e lo sa ogni parroco di campagna; come lo sanno i nostri rappresentanti al Parlamento. 

 

Eppure, a sentire la crescente drammaticità degli appelli che provengono dalle gerarchie ecclesiastiche, siamo alla Crociata.

Ma se la Chiesa mostra una veemenza degna di miglior causa - e di cause migliori, e più evangeliche, ce ne sarebbero - è perché la posta in gioco è ben diversa da una manciata di diritti offerti alle coppie irregolari (fossero pure omossessuali).

Qui è in gioco il potere, gli equilibri dello Stato, il ruolo di una gerarchia che mostra di non aver digerito la caduta del concetto di religione "di Stato". Il finanziamento delle scuole confessionali, l'8 per mille e gli altri privilegi non bastano.

Il pastore è ormai incapace di controllare il proprio gregge. Tra quanti si dichiarano cattolici, la gran parte gestisce gli affetti e la sessualità in totale autonomia; sullo sfondo, inascoltata, la dottrina e le regole della Chiesa. I cattolici si amano; si lasciano; convivono; si tradiscono; conoscono il sesso prima, fuori, dopo e durante il matrimonio. Certo, molti si sposano con il rito religioso; ma per quanti è solo una questione coreografica? Quanti si faranno rivedere in parrocchia forse solo al momento del battesimo dei loro figli? I cattolici divorziano. Fra loro, qualcuno riacquista - a caro prezzo - lo stato libero, puntando all'annullamento rotale (magari adducendo motivazioni risibili). Molte donne cattoliche abortiscono: per necessità, malattia, povertà, solitudine, e magari per scelta; come tutte le donne.

La Chiesa non controlla più il suo gregge e vuole che a farlo sia lo Stato; vuole che le regole di una parte siano legge per tutti. Un obiettivo ambizioso, che oggi appare a portata di mano a causa di un quadro politico caotico e della debolezza di un governo costretto a mediare su ogni virgola.

È questa la ragione dell'alleanza - questa sì contro natura - che si va delineando.

Un'alleanza con una sedicente Casa delle Libertà che a sua volta, pur di far cadere il governo avversario, è disposta a contraddire la propria ditta.

Dove sono i finiti i molti che, in altre occasioni, si dichiarano orgogliosi delle proprie radici liberali, socialiste e, persino, radicali?

Ma dove sono - e perché non si fanno sentire - i sinceri credenti? Quelli che testimoniano con la propria condotta i valori cristiani di cui sono portatori e rifuggono dell'idea di poterli imporre agli altri? Come fanno costoro a non reagire a questa fiera dell'ipocrisia?

Allineati e coperti, dietro gli stendardi della CEI, si affollano divorziati, conviventi more uxorio - o meglio: concubini -; devoti a Saint Tropez e a St. Moritz; pellegrini in marcia verso il Billionaire, non verso Assisi.

Facce di bronzo, sepolcri imbiancati, mercanti nel tempio.

 

Non c'è Francesco, né Madre Teresa in questi giorni, nelle pagine dei giornali; c'è, invece, molto Machiavelli.

Per i « liberali » della C.d.L., Palazzo Chigi val bene una messa: pur di cacciare Prodi dal governo voterebbero contro i PACS, contro i DICO, contro l'aborto, il divorzio e anche per il rispristino del vecchio diritto di famiglia. Per la Chiesa, il recupero della centralità perduta e del controllo sociale sembra ormai giustificare ogni alleanza, fosse pure con il diavolo.

Sono tempi difficili, per chi crede davvero nella libertà; e altrettanto difficili per chi crede, davvero, nel messaggio evangelico.

Tempi difficili. Perché c'è da dubitare che questo Parlamento - privo di statisti, ma infarcito di spregiudicatissimi pregiudicati e di politici disposti a vendersi la primogenitura per una rielezione - riesca a recuperare autonomia e orgoglio, e a varare una legge di semplice decenza civile.

E allora, perché non scompaginare le carte? Perché non tentare una mossa di judo politico, lasciando che la scompostezza e la virulenza degli attacchi di chi sta cercando lo scontro frontale si disperda nella mobilità del bersaglio?

Si ritiri il d.d.l. governativo. Si intraprenda la strada della proposta di legge di iniziativa popolare. Si raccolgano non cinquantamila firme, ma uno, due, cinque milioni.

Ci si conti finalmente, nel dibattito democratico e nelle piazze; si discuta faccia a faccia là dove è impossibile - senza essere coperti dal ridicolo - violentare le leggi della logica e della decenza; come invece troppo spesso capita di constatare quando si ascolta la quotidiana litania delle dichiarazioni dei politici ai microfoni dei telegiornali.